Nella Torino di fine Ottocento 19 giovani, fra cui alcuni già appartenenti alla "ginnastica",
vogliono, sulla scia delle altre Società esistenti, creare un nuovo sodalizio per gestire in
modo autonomo il tempo libero, dedicandolo tutto al canottaggio, vissuto in chiave di entusiasmo ed amicizia.
Così affittano due camere dai coniugi Crivello alla barriera di Piacenza, per la somma di
24 lire mensili ed il 15 Aprile 1883 si riuniscono per la fondazione della nuova Società.
Nell'archivio della Caprera esiste ancora, scritto in un quadernetto, il verbale originale
della prima assemblea, a cui erano presenti 17 dei 19 soci; funge da presidente, segretario
e cassiere provvisorio, Giuseppe Bosco.
Il gruppo discute animatamente del futuro della nuova Società; primo punto all'ordine del
giorno il nome ed i colori: dal vocabolario garibaldino viene scelto Caprera e di conseguenza
la divisa a righe orizzontali bianche e rosse. Le proprietà al momento sono due barche genovesi
a quattro remi ed una barca a sei remi.
Dopo l'inaugurazione ufficiale della sede arriva subito il riconoscimento da parte delle
altre Società di canottaggio e la Caprera comincia a decollare; nuove domande di iscrizione
rendono necessario l'affitto di un'altra stanza. Nel 1884, in occasione della Esposizione
Generale Italiana di Torino vengono bandite in Italia per la prima volta le regate internazionali:
i canottieri italiani possono finalmente misurarsi con fortissimi avversari stranieri,
primi fra tutti i famosi equipaggi francesi d'oltralpe. E la Caprera si rivela subito vincente,
dimostrando tutto il suo spessore, nonostante sia passato solo un anno dalla sua fondazione.
L'entusiasmo, comprensibile, non si esaurisce in celebrazioni, bensì diventa una spinta propulsiva
che porta avanti le ambizioni della Società verso nuovi traguardi: i soci della Caprera vogliono
ora avere una sede propria, che stia alla pari con quelle delle altre Società più affermate,
e cominciano a trattare con il Comune per ottenere la cessione di un terreno sulla sponda sinistra
del Po, a monte della Canottieri Eridano.
Si programma e si compie l'acquisto inoltre di ulteriore materiale nautico. Conclusasi con esito
positivo la trattativa con il Comune si iniziano dunque i lavori per la costruzione della nuova sede.
Il preventivo supera le 15.000 lire, e va coperto in parte con il bilancio dell'anno, suddividendo
le rimanenze tra le successive gestioni. La nuova sede sociale è inaugurata a tempo record nel dicembre 1885.
Tra le figure di quel periodo emergono due personaggi, Flavio Santi, alla cui leadership si attribuisce
gran parte del merito di aver così ben guidato la Caprera tra le insicure acque degli inizi, e
Paolo Gianotti, che più tardi, nel 1888, riscatta con un versamento in contanti il debito della
Caprera verso il costruttore della sede, facendosi rimborsare la somma a rate senza interessi.
Nel frattempo la Caprera continua a conquistare numerosi ed importanti successi, che le portano
nuovi iscritti e nuove esigenze. La sede stessa, da poco costruita, si rivela già insufficiente,
e viene ampliata grazie all'opera gratuita del socio ingegnere Pietro Gambetta, il quale copre il
costo dei lavori per 5.500 lire, attraverso l'emissione di azioni sottoscritte tra i soci.
I colori bianco-rosso hanno ormai preso piede nel panorama sportivo torinese e sono in grande ascesa.
Le foto dell'epoca ci mostrano i canottieri in maglia senza maniche a grandi strisce bianche-rosse,
pantaloni bianchi lunghi alla zuava, stivaletti e berretto con pompon, come quello dei marinai di
lontane avventure. Brandiscono con fierezza il remo, incorniciati dalle bandiere. Sono popolari, hanno successo.
Balocco Enrico; Mongini Paolo
Baratti Carlo; Porta Vincenzo
Bardelli Luigi; Rocci Prof. Edoardo
Bosco Giuseppe; Rovere Evasio
Bosco Matteo; Rovere Luigi
Costa Francesco; Santi Dott. Flavio
Gatti Guido; Serena Giuseppe
Giroldi Luigi; Testa Michele
Isacco Prof. Onorato; Zanardi Giovanni
Mantaut Leonardo
Antonio Masera e Gianni Vaudano, due grandi campioni
Antonio Masera contro tutte le regole debutta a 35 anni. L'età che per gli altri comincia ad essere quella
del declino, non impedisce al principiante di buttarsi alla grande nel giro della competizione.
Esordisce, narrano le cronache, con Onorato Isacco, il professore di ginnastica che tanto si è prodigato
come allenatore fin dagli albori della Società, di cui è stato co-fondatore.
L'imbarcazione è una jole a due a banco fisso; le competizioni si svolgono a Moncalieri e Casale.
Antonio Masera, dopo il battesimo sulla jole, si è subito innamorato dello skiff, barca difficile
generalmente adatta per stilisti puri. Ma lui, campione d'istinto che si è fatto da sé, ignora stilismi
e regole, fa a modo suo e a modo suo vince. E vince ancora nel 1889, tre volte a Torino.
Poi diventa campione nazionale a Stresa, e ripete i suoi exploit a Roma, Rapallo, Pavia.
E' di nuovo campione d'Italia a Como: due campionati vinti sui laghi, senza mai essersi allenato
in questo ambiente così diverso dal fiume abituale. Le sue vittorie si ripeteranno per anni, con
mirabili affermazioni anche da veterano.
Contemporaneamente le glorie di Antonio Masera, si affermano quelle di Gianni Vaudano, nella
specialità del sandolino. Conquista anch'egli nel 1889 il campionato nazionale a Stresa,
riconfermandosi campione italiano l'anno successivo a Pallanza e nel 1891 a Como.
La Società raccoglie, a soli cinque anni dalla sua fondazione, i frutti che i suoi appassionati
istruttori hanno seminato con sapiente cura.
Sono anni di entusiasmo per lo sport in generale, che poco per volta si va consolidando nelle
specialità già esistenti, scoprendone nel frattempo di nuove, di pari passo con il progresso
tecnico ed industriale che ha caratterizzato quei frenetici anni.
Lo Sport è protagonista durante l'Esposizione Nazionale inaugurata a Torino nel marzo del 1884:
sono 3 milioni i visitatori dei 400.000 metri quadrati di mostra, a cui partecipano 14.200 espositori.
Per l'occasione sono stati costruiti la funicolare di Superga ed il Borgo Medioevale con il suo Castello.
La folla incuriosita ed attenta alle novità del progresso è affascinata dalle gare sportive.
Canottaggio, ginnastica, ippica, scherma, sono le discipline che richiamano il più vasto e partecipe pubblico.
L'esposizione presenta in anteprima il velocipede che arriva dalla Francia, e subito i Torinesi
ne rimangono conquistati. Ed ecco, per le prime discipline sportive le prime federazioni nazionali.
Tra queste, nel 1888 nasce, proprio a Torino, il Rowing Club Italiano, alla cui fondazione partecipa
anche la Caprera; è Presidente il Conte Edoardo Scarampi di Villanova.
Ed è proprio il Rowing Club, sotto la presidenza onoraria di Sua Altezza Reale il Duca d'Aosta,
a organizzare, insieme al Municipio di Torino, una serie di Regate Nazionali e Feste Nautiche sul Po,
dal 29 giugno al 1° luglio 1889, in cui si distinguono e si fanno onore i campioni del Caprera.
L'anno successivo esce il primo numero de "Lo Sport Nautico", rivista mensile di rowing e di yatching,
che pubblica gli atti ufficiali del Rowing Club Italiano.
I primi anni del 1900 si aprono con un terremoto: il Comune comunica lo sfratto del terreno della sede,
decisione dettata dalla necessità di far spazio alle strutture previste per la faraonica Esposizione
Internazionale del 1912. La Caprera è costretta a ripartire da zero. Ma i soci si prodigano con grande
impegno, e grazie ad una faticosa sottoscrizione di azioni da 100 lire riescono a compiere il miracolo.
La nuova sede si inaugura nel novembre 1914. E' costata 38.00 lire, ottenute tutte con sottoscrizioni
fra i soci, che sono a quel tempo poco più di 60. La nuova sede dispone ora di locali ed attrezzature
adeguati ad un numero di soci molto maggiore quello esistente; è stata realizzata guardando al futuro,
con fede ed ottimismo.
Ma purtroppo il futuro riserva una tragedia di proporzioni mondiali.
Se la guerra italo-turca, nonostante i suoi orrori, aveva potuto essere scambiata per un'avventura
esotica che risvegliava gli entusiasmi nazionali, la prima guerra mondiale incontra l'ostilità dei
non interventisti. Soprattutto il proletariato, fortemente presente a Torino, rifiuta questa
sanguinosa avventura.
Ma è inutile, l'Italia entra in guerra. Gli sportivi delle associazioni come la Caprera vengono
chiamati alle armi o si arruolano volontari. Alla Caprera si sospendono le attività, salvo la
riunione annuale, a cui partecipano ormai pochi soci: gli altri sono al fronte. Due di essi non
torneranno più. Sono Massimo Chiaperotti, aviatore, partito volontario e morto nel corso di un
combattimento aereo nel cielo di Pancareale il 18 luglio 1916, medaglia di bronzo al valore
militare, e Mario Testa, avvocato, tenente degli Alpini, colpito a morte durante un assalto
sulla Baisizza il 29 agosto 1917, anch'egli medaglia di bronzo. Sono anni duri, ma il Caprera
resiste, nell'attesa di tempi migliori, per riprendere in pace le attività sociali, sportive
ed agonistiche.
Nel 1919, terminata la Guerra, ricominciano le competizioni, e la Caprera, grazie alle offerte
dei soci, riacquista subito spessore sotto il profilo sportivo. Il rinnovato successo nelle
competizioni permette di dotarsi di un impianto di riscaldamento, nonché aggiornare il parco
imbarcazioni e far fronte a tutte le spese societarie.
A mitigare il serio impegno degli atleti e degli amministratori, un certo spirito goliardico,
un amore per le feste, per le bevute, incarnato dal gruppo dei "matirù", proveniente dalla
Società Ginnastica Torino, ed inseritosi al completo alla Caprera. Si distinguono subito,
non solo per i meriti sportivi, ma anche per le singolari doti di animazione. Rimarranno
proverbiali le loro gite sul Po e gli scherzi tremendi. Quello dei "matirù" è un gruppo omogeneo
di amici affiatati e solidali, che rimarrà vivo per una quarantina d'anni, sotto la guida di
Marco Contini, già ginnasta e canottiere, poi allenatore e timoniere.
In questi anni anche nello sport la dittatura dello Stato fa pesare la sua zampata,
arrivando ad inglobare ogni attività nelle sue strutture. Distrutti sul nascere i tentativi
di associazioni sportive ed operaie, sciolta nel 1927 la Federazione Sportiva Cattolica,
lo Stato si annette perfino i giochi più semplici e popolari, come bocce e pallamano,
inglobandoli nell'Opera Nazionale Dopolavoro. I campionati nazionali universitari si
chiamano Littoriali. Tuttavia le associazioni che hanno saputo mantenere la propria individualità,
quelle nate dalla passione e che hanno profonde radici nel tempo e nello spirito della città, come
appunto le Società di canottaggio, possono trarre i migliori frutti dall'ondata di interesse che
ha investito lo sport. La Caprera realizza nel 1929 la vasca voga al coperto, ormai indispensabile
per migliorare la preparazione atletica e tecnica nei rigidi mesi invernali. Si dota inoltre negli
anni successivi di altri importanti servizi interni, più ampi locali, altri cantieri per le imbarcazioni,
campi da tennis e bocce. Nuovi atleti arrivano alla Società dalle associazioni dopolavoro, studentesche,
militari; si rinsalda la vocazione sportiva e ci si avvale di nuovi istruttori.
Trascorsi positivamente gli anni '30, il decennio successivo è
testimone della Seconda Guerra Mondiale.
Anche il microcosmo della Caprera è travolto dalla tragedia che si abbatte sul mondo intero.
I più giovani partono per la guerra, i meno giovani sfollano con le famiglie, per non restare
sotto i bombardamenti. In quegli anni bui, i soci della Caprera dimostrano la loro grande amicizia
e coesione, al di sopra di qualsiasi fazione politica e lotta fratricida: nella Società possono
trovare rifugio e tranquillità, senza timore di delazioni. La passione per il canottaggio è tale
che i pochi rimasti, non curanti dei pericoli riescono ancora a navigare, tanto che nel 1944,
durante uno degli ultimi grandi bombardamenti, una bomba cade in pieno su due imbarcazioni della
Caprera ormeggiate sulla riva del Po oltre la confluenza del Sangone, da cui gli occupanti erano
appena scesi per ripararsi dalle bombe che avevano visto cadere. Anche la Caprera ha i suoi danni
di guerra: uno spezzone incendiato cade nel cantiere distruggendo molte imbarcazioni. Le barche
rimaste intatte trovano rifugio in un magazzino in corso Moncalieri, di proprietà del socio
Eugenio Negarville. Finita la Guerra la Società trova nuovamente la forza per risollevarsi,
mentre due grandi campioni ne rendono ancora più grande il nome.
Due grandi campioni, Silvio Venesia e Primo Serramoglia,
che prima della guerra avevano già dato
prova della loro classe, se non fossero stati fermati da 5 anni di guerra, avrebbero certamente
dominato la scena sportiva per almeno un decennio, arrivando a degli allori difficilmente
eguagliabili. Le loro caratteristiche figure sono care a tutti i soci della Caprera ed a tutti
i canottieri torinesi. Per anni hanno solcato il fiume in allenamenti interminabili, mai paghi
di sé stessi, sempre in cerca di perfezionamenti ulteriori nella vogata e nell'affiatamento.
Non sono più i tempi in cui un Masera poteva permettersi di stravincere ignorando regole e stile.
Venesia e Serramoglia sono due veri stilisti e con pochi altri canottieri torinesi hanno impostato
una nuova vogata, più fluida, più bella e molto più redditizia.
Fra i loro innumerevoli successi
ricordiamo la vittoria di 3 campionati italiani, e la vittoria del Campionato della Senna, allora
considerato l'equivalente dell'odierno campionato europeo.
Il loro double in questi anni corre
veloce sul fiume, senza sobbalzi e con un affiatamento irripetibile. Tutti i giornali, di solito
poco attenti alle vittorie dei canottieri, pubblicano lunghi articoli su di loro e "Carlin" li
immortala con una caricatura su "Tuttosport".
Vanesia e Serramoglia, "Cipria" e "l' Biund", come sono soprannominati tra i canottieri,
diversi tra loro per estrazione sociale e per carattere, sono inseparabili. Dopo aver
appeso i remi diventano altrettanto famosi come allenatori, e con la loro esperienza e
capacità, unite al loro attaccamento alla Società ed al canottaggio, forgeranno le nuove
le leve dei futuri campioni.
I soci sono ormai 400 e l'ampliamento di pochi anni
prima non basta più.
Da vecchio saggio
torinese, con sei anni di amministrazione parsimoniosa, quasi avara, il Cavaliere Corbelli
crea un congruo fondo per un nuovo e definitivo ampliamento e rimodernamento della sede.
Ancora una volta, il progetto è ad opera di due soci. Si compiono i lavori in tempo record
ed a Natale 1964 si inaugura la sede rinnovata. Sono stati ingranditi i saloni, gli
spogliatoi, i cantieri per le imbarcazioni, rifatti i servizi e gli impianti, ed è
cambiato completamente l'arredamento. Si installa inoltre su due campi da tennis una
struttura pressostatica per l'inverno, nasce un locale attrezzato a palestra, e, per
desiderio dei soci, si installa la sauna svedese.
La Società ha raggiunto grande prestigio,
in questi anni annovera tra i propri soci personaggi di spicco quali Bacigalupo, Rigamonti
e Martelli, giocatori del "Grande Torino", chiamati scherzosamente "l' trio Nisa".
Nel frattempo al settore canottaggio, allenato da Silvio Venesia, si affianca un nuovo settore,
la canoa, che persisterà per una ventina d'anni circa, e che porterà alla Società numerosi e
prestigiosi risultati di livello nazionale.
Lo statuto ottocentesco prevedeva soltanto soci maschi, ora anche le ragazze vogliono
praticare canottaggio. Viene dunque approvata una norma che consente l'associazione alle
atlete, successivamente estesa anche alla qualifica di socie effettive. Ed il settore
femminile dà il suo importante contributo, portando alla Società risultati di grande
prestigio, fra i quali ricordiamo i 4 titoli italiani conquistati fra il 1996 ed il
1999 dalle atlete Blotto, Rasini, Battioli, Alemanni nella disciplina del 4 di coppia.
Nel 1970 la Società viene insignita della prestigiosa Stella D'Argento del C.O.N.I. al merito sportivo.
Nel 1993 viene altresì insignita della Stella D'Oro del C.O.N.I. al merito sportivo.
Verso la metà degli anni '80 Silvio Venesia, dopo quasi 50 anni di gloria spesi alla
Caprera, dapprima nella veste di atleta, e successivamente in quella di allenatore della
sezione canottaggio, passa il testimone: la conduzione della squadra passa nelle mani di Danilo Francescon.
E così il Caprera continua la sua strada sino ai giorni nostri, sempre in primo piano e
senza mai perdere lo smalto ed il prestigio acquisito, con più di 120 anni di storia,
successi e gloria alle spalle.